Prologo
Talvolta immagino di essere un piccolo occhio curioso che galleggia sospeso nel vuoto.
Mi sento come una piuma coccolata dal vento che fluttua leggera e disordinata nell’aria senza limiti o confini.
Più mi sollevo da terra, più riesco a comprendere le cose ed il senso stesso della vita.
Lentamente e poco alla volta, tutto si assottiglia sotto di me.
Volo verso l’alto e distinguo nitidamente il tetto della mia casa, le strade, la città, le terre coltivate ed i campi che mi appaiono come un’immensa scacchiera.
E poi i fiumi, i laghi ed i monti.
Mano mano che salgo, tutto tende a ricongiungersi ad unità.
Che pace…
Adesso che sono abbastanza distante percepisco spazi sterminati tra terre emerse, laghi, fiumi oceani ed il vento mi trascina via! Ancora! Sempre più in la! Sempre più lontano.
Poi, come d’incanto, ecco lentamente aprirsi i continenti.
La grande Africa, l’America, l’Europa e laggiù in fondo, in un connubio armonioso di luci ed ombre, l’Asia e l’Oceania.
Resto muto, colmo di stupore.
Ora mi trovo nel buio più profondo dello spazio. Mi sento fragile e impotente ma… non ho paura.
Non ho freddo.
Con la commozione e l’incanto di un fanciullo che per la prima volta si affaccia alla vita, ammiro estasiato lo splendore della mia Terra.
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E’ solo a questo punto che realizzo di essere veramente piccolo ed infinito io stesso.
Capitolo I

Sempre il solito sogno. Quel treno pesante che sferraglia nel deserto, che avanza implacabile pronto a travolgermi da un momento all’altro.
C’è stato un momento della vita in cui ne sono stato completamente vittima.
Perché nei sogni viviamo realtà parallele. Sono universi misteriosi che ci affascinano e spaventano al tempo stesso.
Lì non vi sono confini, tutto è diverso. Persino la vita e la morte.
Non sappiamo dove ci porterà l’immaginazione libera di andarsene dove vuole senza freni.
Tale quale a quel treno nella sabbia che mi ha ossessionato per molto tempo.
Ora, per quanto banale possa sembrare, ho la consapevolezza che dopo un’ardua salita si incontra sempre una discesa.
E nella discesa, ricominciamo a vivere.
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Il bisogno di raccontare questa storia nasce dalla necessità di esorcizzare il dolore per aver perso la persona che amavo.
Perché la vita a volte va così, è strana e dispettosa come una mosca sul naso.
Per quanto cerchi di allontanarla, alla fine lei è sempre pronta ad infastidirti.
Ma poi tutto passa. Anche la mosca si stanca e va alla spasmodica ricerca di un altro naso da disturbare. Passa il dolore, passa l’angoscia. Passa quel senso di frustrazione che infinite volte ti ha suggerito di farla finita una volta per tutte.
Dopo giorni, interminabili mesi di assoluto scoramento, ci ripensi. Realizzi di non essere completamente pazzo. Apri nuovamente gli occhi e cominci a notare colori che prima pensavi inesistenti. Vedi le sfumature. Ricominci a vivere.
Ora so dire con certezza cosa accadde. Lo so, e dopo anni spesi a cercare di darmi una risposta, ritengo di aver raggiunto la giusta maturità per poterlo raccontare.
Dopo quel giorno tutto divenne confuso. La realtà distorta. Tutto aveva assunto un connotato differente dal consueto. Tutto era diventato magicamente surreale.
Capitolo II

Oggi mi sono alzato molto presto. Di solito la sveglia suona alle sei e trenta ma la stanchezza degli ultimi giorni pare se ne sia andata all’improvviso. Ho acceso il mio pc ed ho controllato la posta.
Non ho voglia di andare a lavorare. Dopo mesi di impegni e spostamenti da una parte e l’altra del paese, ho deciso di regalarmi un giorno di pausa.
Ho inviato una mail in ufficio per informare della mia decisione. Questo è un privilegio che si possiede lavorando in proprio.
Guardo l’orologio e segna le cinque e trenta. Un’ora prima della mia leva quotidiana. Il sole sta quasi sorgendo e l’aria frizzante delle prime luci dell’alba mi rinvigorisce.
In questa parte del mondo siamo i primi ad ammirarlo. Ogni giorno che passa mi regala una meraviglia ed un’emozione del tutto nuova.
Mi sento ottimista e felice. Sono passati molti anni dall’ultima volta in cui ho seriamente provato il bisogno di scrivere e di esprimermi.
Ormai la vita mi ha portato da tutt’altra parte ma non ho mai smesso di immaginare che ne sarei ancora stato capace.
A quel tempo ero un vulcano di idee, ero incontenibile. Forse era per il lavoro che facevo, forse per l’ispirazione che provavo ogni volta in cui incrociavo lo sguardo della persona che amavo. Poi il buio. Per molto tempo.
Ma come spesso accade nella vita, non è mai troppo tardi per ricominciare. Ed oggi ho l’impressione, la strana ed insolita sensazione che una forza misteriosa mi abbia buttato giù dal letto.
Mi abbia obbligato a focalizzare l’attenzione su un progetto che solamente ora, del tutto estemporaneamente, ho deciso di affrontare seriamente.
Vado in cucina a prepararmi un caffè. Faccio il giro delle stanze della casa. Tutto tace. Dormono tutti. Eppure ho la sensazione di non essere completamente solo.
A tratti mi vengono i brividi. E’ come se mi sentissi osservato, da qualcosa o…da qualcuno.
Verso il caffè nella tazzina e con la chicchera tra le mani torno nel mio studio. Il sole comincia ad intravedersi oltre l’orizzonte e l’aria sta lentamente cambiando.
Fa meno freddo e mi sento meno agitato. Eppure provo ancora quella insolita impressione di sentirmi controllato.
Più passano i minuti più sento il bisogno di focalizzare le cose che devo fare. Mi è venuta l’idea, l’ispirazione, non posso più ignorarla. E’ più forte di me!
Sorseggio l’ultimo goccio di caffè e realizzo pienamente un concetto che per anni interminabili mi aveva ossessionato. Mi siedo sulla poltrona e mi strofino la punta del naso.
Penso per un istante che la mia sia probabilmente un’idea ardita. Non saprei nemmeno da che parte incominciare. Eppure…
Prima di tutto occorre un foglio ed una penna. Ci vogliono riferimenti precisi per realizzare il mio progetto. Corro alla stampante ed estraggo dal cassetto un foglio bianco. La penna è sul tavolo.
Era un vecchio regalo del mio capo redattore, il mio piccolo feticcio. Scrive ancora molto bene nonostante il tempo trascorso. Mi siedo sulla sedia ma improvvisamente ho un blocco. Mi gratto la testa.
Rimango qualche istante ad osservare il foglio bianco e rimango paralizzato.
“Ed ora?”.
Un buco nero che non mi permette di proseguire. Giocherello ancora per qualche attimo con la penna passandola come un prestigiatore da un dito all’altro ma invano. Buio completo.
Sospiro.
Gratto l’orecchio e mi rilasso sulla sedia. Gonfio le gote. Forse sono stato troppo frettoloso. Forse sono vittima di un entusiasmo iniziale che non sono stato in grado di controllare.
Sorrido. Poco importa. Non era destino.
Poi, ad un tratto, ecco ancora quella stana percezione.
Ma questa volta è qualcosa di più intenso. E’ quasi una certezza. Un brivido mi corre giù per la schiena. Mi volto di scatto verso la porta e rimango paralizzato.
Vedo una… cosa.
Mi guarda ma tace.

Mi alzo dalla sedia, mi avvicino lentamente, sistemo gli occhiali, strizzo gli occhi nella penombra cercando di capire. Non sono spaventato. Sono stranamente… disteso.
Mi trasmette tranquillità, un’energia che non comprendo. Mi sento attratto, come fosse una calamita ed io un pezzo di ferro.
Si tratta di…
<Rilassati Luke>.
Accidenti! Faccio un balzo all’indietro.
Non sono sicuro di aver udito bene. Sono sconcertato più di prima ma continuo a sentirmi insolitamente tranquillo.
Quella… cosa, parla la mia lingue e comunica con me.
<Chi… sei?> domando più incuriosito che impaurito.
<O… cosa sei?>.
Segue un silenzio che sembra durare in eterno. Poi la risposta non si fa attendere.
<Sai Luke… Non ti sbagliavi>.
Indietreggio ancora di un passo, mi piego sulle ginocchia e mi accosto alla sedia per osservarlo meglio.
E’ incredibile, mi chiama per nome!
Continuo a domandarmi come tutto ciò sia possibile. Forse sto sognando. Mi do un pizzicotto sulla guancia.
Ahi!
Ma certo! Forse non mi sono ancora alzato dal letto e non ho nemmeno bevuto il caffè nero di prima. Forse sto semplicemente sognando ad occhi aperti. E’ questa è la risposta! Sto sognando ma…non ne sono convinto, ho sentito dolore sulla pelle.
<Non mi sbagliavo? In merito a cosa?>.
Silenzio.
<Al fatto che ti sentissi osservato>.
Continuo a non comprendere ma fingo di non dargli peso. Sembra voler dire dell’altro. Lo lascio parlare e…
<< A dire il vero è da molto tempo che ti osservo. Finalmente ti sei accorto che esisto>>.
Passo le mani sulla fronte e si, ammetto di essere nervoso, modifico il respiro. Mi rendo conto che sto per perdere in lucidità ma non me lo posso permettere.
<Mi osservi da molto tempo?>.
Ancora silenzio.
<Si. Da un sacco di tempo>.
“Strano. Non me ne sono mai accorto” vorrei dire, ma taccio.
Mi avvicino alla scrivania e fingo di riordinare le carte. La mia sarà certamente stanchezza. Cerco di distrarmi per verificare che non stia realmente fantasticando e che quella cosa esista. Per un istante decido di stare al suo gioco, per quanto assurdo possa essere.
Mi guardo ancora attorno per evitare che qualcuno mi veda. Potrei essere scambiato per un pazzo. Giro lo sguardo nella stanza ma realizzo che siamo solamente in due.
Già, in due. Non se ne è andato.
E’ a questo punto che abbasso le difese ed ammetto di parlare con quella cosa.
<Ma chi sei?> domando.
Tace. Sembra non aver sentito la mia domanda. Eppure credo di aver parlato a voce alta e molto chiaramente.
<Chi – sei – tu?> lo incalzo ancora nel tentativo di ricevere una risposta.
Mi osserva. Ha uno sguardo dolce, caldo. Non mi fa paura anzi. La sua presenza mi tranquillizza. Continuo a non comprendere ma non ho scelta, non mi resta che aspettare.
<Mi chiamo Giorgio>.
Scuoto la testa.
<Giorgio?>.
<Esattamente. Ed oggi staremo insieme>.
Lo guardo in tono di sfida.
<E se avessi qualcosa in contrario?>.
<Credo tu non abbia scelta Luke. Sono qui perché tu mi hai cercato>.
Pazzesco! A questo punto credo di essere veramente pazzo.
<Io ti ho cercato?>.
Mi fissa.
<Cerca di andare oltre le apparenze. Questa mattina ti sei svegliato molto presto perché avevi un progetto da realizzare>.
Sono perplesso.
<E tu che ne sai?>.
<Lo so e basta. Avevi un’idea nella testa, non è vero?>
Aspetto un po’ prima di replicare. Poi capisco che non ci sia niente di malvagio nelle sue intenzioni così decido di assecondarlo.
<< Ti riferisci alla storia, non è vero? Be’…era solo una stupida idea che mi è balenata nel cervello, niente di concreto>.
Cerco di distogliere la sua attenzione banalizzando le mie intenzioni.
<Te ne prego Luke! Non mentire a te stesso! Sono qui per aiutarti>.
<Ma aiutarmi per che cosa?> ribatto alterato.
<A scrivere la tua storia>.
Sorrido.
<E che ne sai tu della mia storia eh? Sei forse un veggente? Un medium o un parapsicologo o qualche altra puttanata del genere?>.
Fa una smorfia.
<Niente di tutto questo. Ho solamente detto che sono qui per aiutarti a scrivere la tua storia, non a scriverla. Se non sbaglio non sapevi da che parte cominciare>.
Sento i muscoli della mascella irrigidirsi. Sono un fascio di nervi, o forse no.
Continuo a non comprendere la situazione che non ho modo di accettare. Devo solo avere fiducia. Un po’ come la fede. Che tu l’abbia o meno non sarai mai in grado di spiegartene la ragione. Così decido di avere fiducia.
<E cosa dovrei dirti?>.
<Tanto per cominciare calmati. Vedrai che poco alla volta ogni cosa ti si mostrerà per ciò che è, e non per ciò che appare>.
Corrugo la fronte. Mi sforzo di capire. Ho compreso, ma non fino in fondo. In effetti non ha completamente torto… che confusione!
Questa mattina mi sono alzato con un’idea ben precisa, quella di raccontare, di iniziare a scrivere la mia storia. E per farlo ho solamente bisogno di fermarmi a riflettere, fermarmi a pensare. Sono anni ormai che lo desidero. Ho persino inviato quella mail in ufficio.
Forse Giorgio ha ragione. Devo solamente trovare la mia tranquillità interiore. E per trovarla non mi resta che crearmi una bolla immaginaria all’interno della quale fluttuare liberamente per sentirmi veramente padrone delle mie emozioni.
<Come pensi di incominciare?>.
A questo punto abbasso ogni difesa.
<Onestamente non lo so… Cosa suggerisci?>.
<Da dove vuoi tu>.
Mi fermo per riflettere. Poi arrivo all’inevitabile e più razionale conclusione che una buona storia debba avere un inizio, uno sviluppo ed una fine. Così succintamente.
C’è una nascita, una adolescenza che sfocia in maturità, un’anzianità ed una morte. E’ il ciclo naturale delle cose, fa parte della vita.
Così desidero sia questa avventura in cui mi sto per buttare. La mia per l’appunto. Ho riflettuto molto su come impostarla, e più riflettevo più non ne venivo a capo. Fino a questo momento, evidentemente.
Accetto il suo suggerimento e faccio un lungo gratificante respiro.
Allora immagino di vestirmi del mio abito più elegante, color grigio fumo di Londra.
Voglio indossare una camicia bianca col collo alto, una cravatta di seta bordeaux ed un loden verde militare. Alle mani guanti di pelle nera. Immagino il bavero alzato del cappotto e le mani che si afferrano dietro la schiena.
Voglio rimanere così, in questa posizione per tutto il tempo che sarà necessario.
Esattamente. Voglio guardare l’infinito oltre il davanzale di una finestra.

Mi trovo al piano rialzato di un edificio che si affaccia direttamente sul cortile.
Si tratta di una di quella grandi case coloniali del settecento nella campagna inglese.
E’ inverno. Fuori nevica e fa un freddo da gelarti le ossa. Ho persino difficoltà nello scorgere le sagome degli oggetti all’esterno.
C’è una forte condensa che si forma sulle lastre delle finestre. Sono fissate al telaio con uno stucco nero indurito dal tempo. Le vetrate son solcate da rivoli di umidità che colando verso il basso disegnano le forme più strane distorcendo le immagini che si intravedono oltre.
Il mio alito caldo accentua questo elementare fenomeno. Il camino alle mie spalle scoppietta. Sembra isterico. Sarà per quel tozzo di pino che ho deposto sul fuoco ricoperto di resina.
Alle mie spalle ci sei tu, il mio “avatar”, più grande ed imponente di me, seduto su una vecchia sedia polverosa, ad interrogarmi.
<Sai una cosa? Non so per quale ragione ma sento di poterti dire ogni cosa, senza censure, senza vergogna. E’ come se mi guardassi allo specchio e vedessi riflesso il mio spirito>.
Giorgio mi osserva curioso e silente. Fa una smorfia con le labbra. Non mi risponde e non ha intenzione di lasciarmi solo. Non mi resta che coinvolgerlo in questa follia.
Ma chi è costui? Mi osserva e pare avere tutto il tempo di questo mondo. Non mi mette fretta. Vuole che mi metta a mio agio e mi apra completamente a lui. Poi ecco che inaspettatamente ogni cosa pare trovare la giusta collocazione.
Sono pronto.
La prima cosa che Giorgio mi dice è “parlami di te, Luke”.
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La mente possiede una prerogativa assoluta. Non ha confini. Gode del dono più grande, che non ha prezzo. E’ libera.
Quel che crea è vero tanto quanto è vero quel che essa stessa vuole sia vero.
Un gioco di parole per dire che la mente fa quel che le pare, ma soprattutto, nessuno può contraddirla. Nessuno può imprigionarla.

Continua a nevicare. Fa freddo. Ancora incredulo mi volto ad osservare se “quella cosa” creata dalla mia follia sia ancora li ascoltarmi. E’ sempre li. Non da segni di insofferenza. Sembra appena uscito da un centro estetico. Stringo le mani che sembrano incollate per effetto dei guanti di pelle. Un lungo sospiro di concentrazione precede la mia voce. Probabilmente questo è il momento per dare inizio alla mia catarsi.
<Qual’era la domanda?>.
Ah, già. “Parlami di te, Luke”.
Capitolo III

La mia storia, come quella di chiunque altro, incomincia da mia madre.
Mi mise al mondo che aveva poco più di vent’anni. Era a quel tempo una bellissima ragazza siracusana.
E’ ancora oggi una bella donna, ma di una bellezza sbiadita dalle difficoltà per avermi cresciuto da sola.
Quanto a mio padre non ho mai avuto il piacere di conoscerlo. Solo una fotografia scolorita conservata da mia madre nel cassetto nascosto dei ricordi.
Quando si conobbero lui aveva circa trent’anni anni. Era un militare dell’esercito Americano approdato per caso in Sicilia negli anni settanta dopo un breve trasferimento a Palombara nella Centrale operativa di combattimento aeronavale.
Era di base in Toscana a Camp Darby tra Pisa e Livorno, dove il Southern European Task Force possiede sin dal 1951 il più grande deposito logistico del Mediterraneo ed il più importante deposito di munizioni delle forze USA oltremare.
Faceva parte dell’VIII gruppo di supporto USA che garantiva il sostegno logistico a tutte le forze americane a Sud del Po per il controllo del bacino del Mediterraneo ed il Nord Africa.
Ritengo che il fascino dell’uniforme debba aver colpito anche mia madre che se ne innamorò indiscutibilmente un pomeriggio di fine estate.
Si incontrarono nel mezzo di Piazza Archimede a Siracusa, a pochi metri dalla statua del Moschetti dedicata a Diana cacciatrice.
Doveva essere bello come il sole nella sua divisa da ufficiale. Mia madre chiacchierava con un’amica portando sottobraccio i testi della facoltà di architettura.
Si era iscritta da pochi mesi affrontando enormi sacrifici. Amava l’arte. L’aveva sempre amata sin da bambina. Un po’ per inclinazione naturale, ed in parte perché influenzata dalle meraviglie architettoniche che ammirava quotidianamente.
Mio padre le si avvicinò col suo berretto d’ordinanza in testa e lo sguardo fiero.
Quando le fu accanto lo mise sottobraccio e le porse la mano in segno di saluto. Accampò una banalissima scusa arricchita da un complimento galante in un italiano stentato.
Fu in quella precisa circostanza che lei, un po’ per stupore, un po’ per curiosità o meraviglia, cadde nella sua rete.
E non poteva che accadere così dinanzi la statua della dea. Se c’è un cacciatore, c’è anche una preda. E mia madre ne fu il classico esempio.
Non credo egli abbia mai avuto cattive intenzioni nei suoi riguardi. Al contrario, credo fermamente ne fosse innamorato ma probabilmente aveva trascurato gli imprevisti dei loro incontri.
Me.

Nel cuore di Siracusa fu letteralmente colpita essa stessa al cuore da quell’uomo misterioso venuto da lontano.
Fu così che il fascino arcano di Ortigia si impadronì del suo spirito allestendo la scenografia.
Mio padre, con le stellette da tenente sulla divisa, fece solo il resto. Ma come biasimarlo. Probabilmente avrei fatto lo stesso.
Si frequentarono assiduamente durante i numerosi permessi che il suo grado gli concedeva sino a che un bel giorno venne a sapere che mia madre era rimasta incinta.
Non la prese bene.
Nell’arco di una settimana se ne tornò in America senza una telefonata o una lettera d’addio.
Al mondo ci sono solo due tipi di uomini. Quelli onesti, lavoratori, padri di famiglia responsabili e fedeli, ed i figli di puttana, sconsiderati e vigliacchi.
Solamente in seguito, grazie ad un commilitone, venne a sapere che l’uomo di cui si era perdutamente innamorata era già padre di due gemelle di sei anni e marito di una donna che lo credeva fedele.
Ma così a volte va la vita.
Orgogliosa qual è sempre stata decise di crescermi da sola senza il suo aiuto né quello di nessun altro. Fu molto difficile per quell’epoca.
Abbandonò l’università e molti anni dopo ci trasferimmo a Milano. Avevo quattordici anni. Oltre ad essere una eccellente studentessa, mia madre era anche un’ottima sarta. Non impegnò molto tempo a trovare un’occupazione stabile che ci desse sicurezza economica. Vivevamo a Milano, il cuore della moda internazionale.
Negli anni che seguirono l’abbandono non cercò mai di mettersi in contatto con lui o di metterlo dinanzi alle proprie responsabilità.
Preferì pensare che l’uomo che aveva così intensamente amato, anche se per poco tempo, potesse continuare a vivere tra le braccia di colei che legittimamente ed ingenuamente lo aveva atteso per così tanto tempo.
Pensò all’ingiustizia che avrebbero subito due figlie già grandi, che da un momento all’altro avrebbero perso un padre per un tradimento.
Pensò che in fondo non avrei mai avuto la consapevolezza di averlo perso. Pensò alla cosa giusta da fare e che l’unico da sacrificare fossi io.
Crocerossine le chiamo. E mia madre ne era il classico esempio. Per questo, ed ancor più per la scelta coraggiosa che fece, non posso che ammirarla e portarle rispetto.
Sebbene il rancore ed unicamente per l’amore nei miei confronti, di una sola cosa volle omaggiare quell’uomo vigliacco che aveva amato.
Del nome che porto.
Pensò che quando fossi diventato adulto, avrei dovuto sapere la ragione di quel nome.
E così fu. Seppi. E quando seppi soffrii per quella storia che mi sembrava tanto lontana nel tempo quanto crudele.
Da ragazzo mi era sempre stato detto che fosse morto. Solo in seguito seppi come realmente erano andate le cose.
Nella mia mente di fanciullo prima e adolescente poi, avevo sempre cercato di sopperire alla sua assenza con un atteggiamento da uomo maturo, che proteggeva sua madre.
Fino al giorno in cui per un breve periodo di tempo ella si illuse di essersi nuovamente innamorata. Ma fu solo una breve parentesi. In realtà si invaghì di un perfetto stronzo.
Fu così che da quel momento in avanti decisi di diventare il principale censore dei suoi ammiratori. Non avrei mai più accettato di vederla soffrire. Non se lo meritava e nulla di simile sarebbe dovuto accaderle in futuro.
“Un giorno troverai qualcuno che ti meriti veramente, mamma”.
Le dicevo queste parole e lei pareva sollevarsi. O probabilmente fingeva di sollevarsi per non farmi capire che in realtà soffriva. Per non addossarmi anche il peso delle sue frustrazioni.
Ma sono certo che soffrisse molto. Questo ebbi modo di comprenderlo solo più avanti, quando per l’appunto, cominciai a raggiungere la mia prima, vera, consapevolezza.
Fu così che qualsiasi uomo le si facesse accanto avrebbe dovuto prima superare il mio giudizio. Li bocciai tutti, tranne uno.
Il suo nome è Giulio.
E’ grazie a Giulio se ora posso sentirmi libero di raccontare questa storia. E’ grazie a Giulio se finalmente ho potuto iniziare a viaggiare.
Grazie a lui mia madre ha ritrovato la serenità che per troppo tempo le era stata negata.
Come se un nemico oscuro avesse per anni goduto nel privarla di quella gioia che le spettava di diritto, che le era mancata per anni.
Quel nemico / amico oscuro che si chiama destino.
Quella felicità che il destino, per chissà quale ragione, le aveva rubato.
Giulio è un grande. E’ entrato nella nostra vita per caso, in punta di piedi.
La vita è un insieme fortuito di circostanze che per magia si intrecciano e danno origine ad un meraviglioso disegno.
O come direbbe mia madre, ad un abito meraviglioso frutto dell’intreccio di trama ed ordito.
Non siamo che curiosi osservatori della nostra stessa esistenza. Non ci è concessa la possibilità o la presunzione di condizionare gli eventi. Ne siamo travolti.
Dopo anni in cui mi sono trovato ad essere semplice spettatore di me stesso, ho compreso che nella spontaneità delle cose ritroviamo la vera felicità.
E così è stato.
Capitolo IV

Non ho intenzione di parlare di Giulio. Ed anche se è un grande, a lui dedicherò solamente le parole necessarie per rendergli omaggio. Esattamente il contrario di mio padre.
L’ho sempre immaginato fiero, altezzoso, pieno di autostima e consapevole dell’importanza dei gradi della sua divisa.
Giulio non è niente di tutto ciò. Non ha bisogno che un abito gli ricordi il suo valore. Ciò non significa che sia mediocre. Tutt’altro.
Per Giulio una giacca con le stellette è semplicemente una giacca con placche di metallo.
E’ sempre andato per la sua strada e non l’ha mai fermato nessuno.
Fa l’ingegnere nucleare. I suoi clienti quotidiani sono le fusioni e gli atomi. Le misure più grandi con le quali ha a che fare sono invisibili agli occhi di ogni uomo.
Non gli frega nulla della politica.
Perché gli ingegneri sono fatti così. Ne ho conosciuti tanti. Tutti uguali. Tutti fatti allo stesso modo. Quadrati più di un quadrato. Omologati nella loro follia in cui ogni tassello debba necessariamente trovare la propria collocazione nel tempo e nello spazio.
Tutto il contrario della vita, dove nella migliore delle ipotesi i pezzi del puzzle si incastrano solo perché una mano misteriosa ne forza la posizione.
Ciò che risulta è un disegno senza logica che solamente l’autore sa riconoscere.
La vita è una meravigliosa follia. Dove ogni essere umano costruisce per se stesso una realtà parallela a quella di migliaia di altri uomini.
Per Giulio, i concetti astratti non esistono. Ci sono solo i numeri. La matematica e la fisica la fanno da padrone.
Ogni cosa deve avere una spiegazione, altrimenti non esisterebbe per sua stessa definizione.
Tutto il resto sono dettagli, appendici esterne alla realtà.
Devono essere state queste caratteristiche a fare innamorare mia madre.
E così diverso da tutti gli altri uomini che ha incontrato. Così romantico ed a volte ingenuamente disarmante.
Cominciò ad amarla un giorno di inizio estate. Si incontrarono più o meno dove mia madre aveva conosciuto mio padre anni prima, ad Ortigia, nel mercato comunale a pochi passi da piazza Archimede.
A volte penso che il destino si pisci sotto dalle risate per ciò che crea. Penso si compiaccia di ciò che fa come un bambino che si lecca le dita colto con le mani nella marmellata.
Forse è realmente un fanciullo dispettoso che se ne va per il mondo a creare le situazioni più incredibili e paradossali.
Un putto riccioluto con due alette isteriche che sbattono nell’aria.
Alle orecchie due cuffie stereo enormi che suonano musica havy metal. Porta un gilet di pelle nera, una faretra sulle spalle ed un archetto caricato a freccette.
Eros è il Destino. Due in uno.
Mia madre era al bancone della frutta. Aveva la solita aria malinconica che si trascinava da molti anni.
Giulio le era accanto, quel tanto che bastava per non farsi notare. Era a pochi centimetri da lei fingendo di acquistare quattro limoni. Aspettava il momento più opportuno per azzardare un approccio. Forse il primo della sua vita.
Sino a quel momento non aveva mai pensato seriamente ad una donna. Non aveva conosciuto altre donne se non sua madre Penelope e sua sorella Alice.
Non aveva mai sentito il bisogno di crearsi una famiglia. Non aveva mai sentito nello stomaco quel nodo violento ed improvviso che solo l’amore sa scatenare. La scienza era la sua famiglia.
Sino a quel giorno. Sino a quando per caso o per magia, non posò gli occhi su mia madre.
Era una donna che non passava inosservata. Sebbene in quegli anni si fosse lasciata andare e non si sentisse bella, nascondeva una fascino che nessuno poteva ignorare.
Per quanto si sforzasse di celare la sua tristezza, l’avvenenza del suo animo non poteva che prendere il sopravvento su tutto e su tutti. Aveva una bellezza che andava oltre la materia. Mia madre, era bella come una Madonna.
Fu la gravità ad accendere la miccia. Fu la fisica di Newton di cui Giulio era follemente innamorato a far scattare quella scintilla che di li a poco sarebbe diventata un meraviglioso focolare.
Accadde tutto grazie ad un limone. Uno di quelli che Giulio osservava immaginando e sperando un diversivo.
Ad un tratto, come avesse letto nella sua mente, cominciò a rotolare dall’alto della catasta da dove si trovava. Era un limone come migliaia di altri limoni.
Ma fu solo quel limone a creare per magia la situazione. Mia madre l’aveva urtato con la pochette che teneva al polso.
Cominciò a precipitare verso terra.
Quando si accorse, tentò per istinto di afferrarlo. Altrettanto fece Giulio che in un batter di ciglia posò la sua mano sopra quella esile e gentile di lei.
Quel limone si trovò per incanto stretto tra le mani di due esseri umani che sino a quel momento ignoravano l’esistenza l’uno dell’altra.
La scintilla era scoppiata. A quel gesto imbarazzato seguì un sorriso, di quelli senza malizia. Quindi parole di circostanza per sdrammatizzare. Crebbe la sintonia ed a quel gesto seguirono alcune frasi, le frasi divennero dialoghi ed infine arrivò, come era naturale che fosse, l’invito gentile.
Mia madre e Giulio, uniti per magia da un limone.
Quel giorno nacque la loro storia. Una storia meravigliosa di dolcezza e rispetto tra due individui tanto differenti nella vita quanto simili nella ricerca d’amore.
Capitolo V

Arrivammo tutti a Milano. Fu una scelta obbligata dal bisogno di cercare nuove opportunità di lavoro e di vita.
Mi iscrissi al primo anno di ginnasio al Liceo classico Beccaria mentre mia madre, come ho già detto, non impiegò molto tempo a trovare una solida occupazione.
Lavorava in un importante atelier dove venivano confezionati abiti di alta sartoria.
Giulio dal canto suo, forte della sua qualifica e delle sue capacità, fu assunto in breve tempo come ricercatore al dipartimento dell’energia del Politecnico.
Cominciammo a pensare che qualcuno o qualcosa ci stesse osservando dall’alto. Qualcuno o qualcosa che provava un immenso piacere nel governare le nostre azioni lasciando a noi l’illusione, e solamente quella, di essere i soli artefici della nostra fortuna.
Non ho mai compreso veramente questo concetto, ne probabilmente lo capirò mai.
Esattamente come in una partita di tennis, dove regnano sovrani abilità, caso e fortuna.
Ma dietro l’incognita delle nostre esistenze avevamo compreso che l’unico possibile burattinaio che si divertiva come un pazzo a tessere le trame delle nostre vite, era indiscutibilmente il destino.

